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«Biagio Marin dice che il passato non esiste, deliziosa frase, parlando di fiumi. Aveva ragione». Andrea Rinaldo è ordinario di costruzioni idrauliche nell’Università di Padova e professore di "Hydrology and Water Resources all’École Polytechnique Fédérale de Lausanne". Autore di oltre 250 pubblicazioni scientifiche, è uno dei 5 saggi del Mose e incaricato dalla presidenza del Consiglio per il Piano generale di Salvaguardia di Venezia.

Alluvioni senza passato?

«Finora ci si è basati per calcolare i rischi su lavori degli ultimi 100-200 anni di storia di cui 70-80 misurati bene. Tutto funzionerebbe bene, ma...».

Cosa?

«Non si può credere, come fatto, che il bacino sia lo stesso. Non è vero. Abbiamo sfasciato il territorio».

Ma le piogge incredibili?

«La vera alluvione alla quale sottostiamo ogni giorno è quella della bruttezza di questa terra. Un fiume da solo non esiste. Occorre considerare tutto quello che lo accompagna; gente, vita servizi, viabilità. Non lo si fa».

600 millimetri di acqua è quella che cade in metà anno, se viene giù in due giorni?

«Il punto critico esiste sempre per un territorio. C’è una proporzione tra la durata degli eventi e il tempo idrologico previsto, cioè in quanto un bacino si riempie e si svuota. Il problema vero è un altro».

Quale?

«Gli ingegneri idraulici calcolano il tempo di ritorno di un evento, non la scadenza. Sappiamo qual è la media. Ma possono capitare due eventi previsti ogni mille anni anche in due anni successivi. È già accaduto in Colombia. Quello che si vede al Nordest è anche questo».

Colpa...

«Del territorio sfasciato, anche dal punto di vista etico. Un teologo veneziano don Germano Pattaro diceva che lo "spirito di povertà lo hanno solo i siori", chi ha un alto tenore di vita cioè. E il Nordest ha avuto un alto tenore di vita. Nessun spirito etico verso il posto dove si viveva: via con l’asfalto, il cemento. Abbiamo trasformato in pietra il nostro territorio».

Rimedi?

«Ci sarebbero, ma prima bisogna capire guardando le mappe delle città degli anni ’70 e adesso. Tutto è città ormai e una piazza non ritornerà campo di frumento».

Sapere nostalgico...

«Goethe parlava delle meraviglie della strada tra Vicenza e Padova: guardiamola adesso. Non esiste il ritorno all’Arcadia e se dico questo è perché il problema idraulico non è scollegato da territorio e paesaggio: quello brutto voglio dire».

Soluzione, da scienziato?

«Occorre mettere mano al territorio, avere un’idea diversa di pianificazione territoriale e gli strumenti per capire questi eventi. Sapendo che non ci sono provvedimenti salvifici accettabili: non si riescono a fare invasi che possano contenere le tracimazioni enormi».

L'emergenza ormai è ad ogni stagione.

«La frequenza dei disastri è aumentata, si vede. Padova va sotto ogni anno? Devono fare un diversore per l’Arcella. Ma non c’è pianificazione: per regola prima si dovrebbero costruire le vie d’acqua e poi gli aggregati urbani. Niente di tutto questo».

Ma un rimedio ci sarà?

«Un patto tra ecologisti e capitale. L’ambiente naturale quasi non esiste più. L’urbanizzazione cresce del 5-7% all’anno. Ricordo che anche la laguna è state costantemente "costruita" e modificata, per esempio. Però nel giro di una generazione - se investi in cultura - tutto può cambiare. Non è solo questione di denaro»

Stop all’alluvione di bruttezza.

«E via ad un nuovo modello di sviluppo: occorre "disfare" una parte del territorio per poterlo rifare. Ed è un territorio che "vale tanto", golene escluse. Non critico le agenzie che ci lavorano, sono eccellenze italiane. Però i fiumi si debbono pensare col paesaggio, coi valori culturali, con l’economia. I rimedi possono venire dal mercato e dagli ideali. Bisogna cominciare a crederci».

 

Adriano Favaro

Giovedì 4 Novembre 2010, Il Gazzettino

 

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