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Il referendum del 4 dicembre – inutile nasconderselo - ha segnato una sconfitta pesante per il Partito Democratico.

Le ragioni di questo arretramento sono molteplici e, in larga parte, esulano dal merito della riforma costituzionale proposta dal DDL Boschi.

L’Assemblea nazionale di domenica scorsa, tenutasi a Roma, ha rappresentato un primo passo per rimettere ordine nel campo progressista, provando a delineare quelle che dovranno essere le azioni da cui ripartire per ridare al Partito Democratico la sua funzione di area di centrosinistra in grado di rappresentare larghi strati di popolazione. Cosa che in modo evidente è stata in buona parte persa.

Prima di tutto allora sarà necessario che il PD si metta in una posizione di ascolto: esistono temi portanti, per il popolo della sinistra, che sono stati in parte disattesi dal Governo.

Si pensi, ad esempio, al tema del lavoro e del precariato, sempre più aggravato dall’indecoroso abuso di voucher: nati come strumento utile a far emergere dal nero i lavoretti stagionali, nel corso del 2016 ne sono stati staccati oltre 100 milioni.Un dato impressionante, che mette a nudo falle legislative che non sono state in grado di sanare una situazione in cui le fasce lavorative più deboli e il precariato sono stati lasciati soli.

Ma non ci si può fermare qui: immigrazione, scuola, sanità sono tutte questioni che dobbiamo riconsiderare, aprendoci al confronto con tante categorie ed associazioni che erano e dovranno tornare a essere nostri interlocutori imprescindibili.

Venendo all’organizzazione interna del Partito, sarà fondamentale intendere il Congresso che verrà come un’opportunità per definire, ci auguriamo una volta per tutte, la nostra identità. Le divisioni e le liti, le spaccature sull’operato del Governo e sul referendum hanno pesato, perché hanno esposto il Partito a continui attacchi esterni e a una delegittimazione di quanto si stava facendo. Ma le anime del PD sono molteplici, e anche questa è la nostra ricchezza, che ci permette di affrontare in assemblee aperte i nodi che sono sì divisivi, ma che non possono e non devono essere un alibi per non provare a ricucire e a tenere unito ciò che siamo.

Anche perché dico con orgoglio che, nonostante le sconfitte (dalle amministrative al referendum) e le difficoltà, siamo oggi l’unico partito che esprime vitalità democratica e che discute al proprio interno, non delegando ad aziende e direttori le decisioni fondamentali.

Infine, in vista delle prossime elezioni, solo un Pd forte e unitario potrà costruire un programma politico in grado di ostacolare le vecchie e le nuove destre che basano la loro avanzata sulla protesta e sulle paure.

Ripartiamo con umiltà ma al tempo stesso con l’energia e la determinazione della passione politica democratica, che ha ora bisogno della collaborazione non solo degli iscritti ma anche delle tante persone che ci stanno ad aprire un confronto schietto con il PD. Noi ci saremo.

Daniela Giust 

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